Emozioni afghane – parte prima - Conosco Imparo Prevengo

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Emozioni afghane – parte prima

Archivio > Aprile 2011 > Protezione civile e volontariato

C.I.P. n. 13 - PROTEZIONE CIVILE E VOLONTARIATO
EMOZIONI AFGANE – PARTE PRIMA
Valentina Capparozza

Infermiera, Pronto Soccorso dell’Ospedale "Sandro Pertini", Roma.

Sono un’infermiera e lavoro da più di 10 anni al Pronto Soccorso dell’Ospedale "Sandro Pertini" di Roma. Mi occupo di incidenti maggiori e catastrofi da quando ci fu il crollo della palazzina a Via Ventotene in Roma nel novembre 2001.
Negli anni ho maturato numerose esperienze formative e attualmente sto frequentando il corso di Alta Formazione in Psicologia delle Emergenze, organizzato dal Centro Alfredo Rampi ONLUS.
La Dottoressa Di Iorio mi ha chiesto di raccontare la mia ultima missione poiché sono rientrata da poco dall’Afghanistan, dove sono stata chiamata dal MAE e Cooperazione Italiana per i Paesi in via di Sviluppo per un’analisi gestionale/strutturale del Pronto Soccorso dell’ospedale Regionale di Herat. Non posso nascondere la difficoltà nel raccontare le emozioni vissute in quei momenti, così forti e diverse rispetto alla quotidianità del mio lavoro e a quelle provate nelle precedenti missioni, come in Israele, Africa o per il terremoto in Abruzzo.

Dal punto di vista organizzativo ho riscontrato alcune complicazioni di tipo burocratico perché mi trasferivo da una amministrazione pubblica a un’altra, ovvero il Ministero degli Affari Esteri (M.A.E.). A due giorni dalla partenza, il 28 settembre, quando ormai credevo di non riuscirci più, grazie all’aiuto dei dipendenti di entrambi gli Enti, si sono risolti tutti i problemi e mi è arrivata la telefonata dal M.A.E., che mi forniva tutti gli operativi dei voli e la conferma che la mia missione sarebbe iniziata il 1 ottobre!

Raccolte tutte le mie prime emozioni, mentre preparavo i bagagli e il materiale da portare, ho iniziato a pensare in che mondo avrei vissuto l’impatto con un mondo così diverso dal punto di vista religioso e sociale, soprattutto per la propria visione della donna: "una donna Occidentale in un Paese Orientale che lavorerà a stretto contatto con loro e che dovrà per di più insegnargli", ecco a cosa pensavo e non riuscivo ad immaginarmi come sarebbe stato.
La mia valigia è stata studiata nei minimi particolari, dopo tutto non andavo in vacanza, l’Afghanistan è un Paese ancora sotto assedio. Non ho portato con me indumenti che potessero destare o suscitare "mancanze di rispetto" verso la loro cultura: canotte, pantaloncini, pantaloni aderenti e quant’altro potesse essere considerato succinto o inappropriato. Invece, non ho dimenticato di mettere in valigia l’indumento fondamentale per la loro cultura/religione, la pashmina, che avrei usato come copricapo. Ero pronta per questa nuova missione, dove le uniche notizie cha avevo su questo Paese, così lontano, provenivano dai media e da internet. Di notevole aiuto sono state le indicazioni che ho ricevuto da chi vive in Afghanistan da anni, tramite le nuove tecnologie e ai mezzi di comunicazione come skype, social network e linee telefoniche ormai fortificate. Per la parte burocratica mi ha aiutato moltissimo un ragazzo che da Kabul organizzava tutte le missioni, il suo nome è Luca, mentre per tutto il resto il mio supporto ed il mio maestro, perché lo definirei tale, è stato il Capo Progetto il Dott. Marco Urago che mi ha preparata prima della partenza e dedicato molto tempo anche durante il viaggio, durato due giorni.
Il 1 ottobre alle 12.30 ero a Fiumicino, il mio volo per Dubai con la compagnia Emirates era alle 15.30. Mi hanno accompagnato i miei genitori, ma telefonicamente molti, moltissimi amici e parenti. Insomma non mi sentivo poi tanto sola. Sono salita sull’aereo ed ho pensato "Vale, la tua esperienza è iniziata! Testa sulle spalle e segui alla lettera ciò che ti è stato detto e consigliato!". Sono arrivata a Dubai ed ormai lì era notte inoltrata, ero apparentemente sola, ma il mio chief, soprannome che ho dato al Dott. M. Urago, mi ha chiamata e mi ha di nuovo dato altre indicazioni per l’imbarco verso Kabul. L’aeroporto di Dubai è a dir poco enorme! Ho dovuto prendere un taxi perché la notte non ci sono le navette per andare da un terminal all’altro, ossia dal terminal 3 dove ero atterrata al terminal 1 dove avrei preso il volo per Kabul.
Sono arrivata a Kabul la mattina alle 7 circa (ora locale) e prima di scendere dall’aereo avevo il primo importantissimo compito da eseguire: indossare il velo perché ero in Afghanistan!
L’impatto con questa nuova Terra e con i vari cambiamenti non è stato semplice, a partire da come si modifica anche la visuale del mondo, intesa proprio come capacità visiva diversa, poiché il velo in parte ti limita la visione laterale se non è ben aderente al volto e i movimenti sono più lenti perché potrebbe spostarsi o cadere.
Tutti gli occhi sono puntati verso di me perché sotto quel velo c’è una donna occidentale che appare impacciata anche nei movimenti più semplici.
Inoltre, da quel momento, se conoscevo qualcuno il mio saluto non doveva avvenire con una stretta di mano o un eventuale saluto con il bacio sulla guancia, ma soltanto con il semplice gesto di apportare una mano sul petto all’altezza del cuore e con un inchino accennato, indistintamente per un uomo o una donna.


Valentina Capparozza in Afghanistan

Il programma del viaggio prevedeva un pernottamento a Kabul per poi riprendere l’aereo il giorno dopo per Herat, ma il chief ha deciso che sarei ripartita la mattina stessa e quindi che avrei dovuto attendere in aeroporto l’arrivo di Luca.
Ero distrutta, non lo nego, ma con il senno di poi è stata la decisione migliore quella di affrontare tutto il viaggio senza sosta, arrivando a Herat lo stesso giorno; è stato sconvolgente: un aeroporto "inesistente". Siamo scesi dall’aereo e ci hanno consegnato i bagagli in una specie di recinto e solo dopo il loro ritiro, ci veniva controllato "sul cancello" la corrispondenza della carta d’imbarco e del bagaglio.
Ricordo ancora i bambini che con le carriole si avvicinavano per portarci i bagagli; per loro era il massimo del divertimento ed attendevano l’aereo con un viso e un sorriso che esprimeva molta curiosità. Mentre li vedevo mi chiedevo: "chissà se hanno mai preso o prenderanno mai un aereo nella loro vita?!"
Salgo nella macchina blindata che mi stava aspettando e l’autista mi dà il benvenuto. Solo dopo ho scoperto il suo nome, Rasul, è stato l’autista che spesso mi ha poi accompagnata durante la mia permanenza a Herat.
All’uscita dell’aeroporto c’era anche la scorta che ci ha accompagnato fin dentro gli edifici della Cooperazione Italiana. Durante il tragitto ero affascinata dal paesaggio, non sapevo dove guardare, anche se intorno a me c’era poco o nulla; i miei occhi erano rapiti da tutto ciò che incontravano: il modo di vestire, i mezzi di trasporto, le strade, le pseudo case, i bambini, seppur molto stanca le emozioni mi mantenevano decisamente sveglia.
Arrivata in Cooperazione sono stata accolta dal chief e da Mario, esperto logista. Il loro sorriso mi ha trasmesso molta tranquillità e mi sono sentita "a casa". Mi hanno offerto da mangiare e mi hanno consigliato dopo di riposare, la stanchezza del viaggio il fuso orario (+ 3h e 30’) mi avevano un po’ scombussolato e così ho seguito i loro consigli. Ero sul letto con le caviglie gonfie ma era difficile riposare, visto che questa rappresentava un’esperienza che avrei dovuto sfruttare in ogni suo minuto, provavo numerose sensazioni e tutte insieme, ero impaurita, felice, spaventata, curiosa ma soprattutto mi sentivo pronta.
La mattina successiva, come da consuetudine per i "nuovi arrivati", c’è stato il briefing con il Capo Progetto riguardo sia i termini di riferimento della missione per cui ero stata chiamata, sia per le informazioni sulle regole e sulla sicurezza da rispettare.
Mi sono state donate due schede telefoniche ed una radio trasmittente e ricordo ancora il mio chief che mi disse "ogni qualvolta uscirai TU dovrai ricordarti quattro cose: la radio, due telefoni cellulari e, poiché donna, il copricapo. Così democraticamente io, come capo progetto, ho deciso". Risi di fronte alla frase "..democraticamente ho deciso", ma come una studente al suo primo giorno di scuola, seguii le regole alla lettera.
Dopo aver preso contatti con il responsabile del Pronto Soccorso dell’ospedale Regionale di Herat, ho iniziato dal giorno successivo a recarmi costantemente in ospedale, ma il primo giorno che sono uscita "da sola" è stata una vera sfida. Ero impaurita, non sapevo se ero vestita bene o se mi avessero accettata una volta arrivata in ospedale.
Tenevo sempre con me il mio solito quaderno degli appunti perché dovevo raccogliere tutte le informazioni necessarie per raggiungere l’obiettivo della mia missione. Arrivai davanti all’entrata del pronto Soccorso, accompagnata dalla scorta e con macchina blindata, con me c’era il traduttore e il chief che mi avrebbe presentato, insieme al responsabile del PS, al resto del personale medico ed infermieristico. Il traduttore, Moneer, mi ha accompagnata per i primi giorni della missione, poi sono stata sempre seguita da Farzaad, ragazzo afghano che parla benissimo inglese e che mi traduceva dal Dhari tutto ciò che colleghi e pazienti mi dicevano.
Questo passaggio di informazioni e traduzioni per i primi giorni è risultato stressante poiché per apprendere qualsiasi cosa anche la più semplice a volte si impiegava molto tempo.
Arrivavo la sera molto stanca per il parlare solo inglese, il passaggio di traduzione, il nuovo ambiente e tutte le emozioni circostanti. Solo dopo un paio di settimane mi sembrava "normale" girare con la scorta, la macchina blindata, l’autista, la radio trasmittente, i cellulari, il copri capo, e il traduttore che non mi abbandonava mai.
Sono arrivata in ospedale e la prima persona che ho conosciuto è stata Amirì, il capo sala. Ho ricordato di non dare la mano e di salutare chinando leggermente la testa dicendo salom.
Lavoro in Ospedale dal 1992 ma li mi sembrava tutto diverso! La gestione dei pazienti e della sanità in genere era inconcepibile rispetto al mondo a cui appartengo. Gli infermieri ed i medici mi ponevano molte domande sul mondo occidentale e sugli stili di vita.

Il seguito del racconto verrà pubblicato sui prossimi numeri del CIP.



 
 
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