"Quando ho tanta paura, io canto" - Conosco Imparo Prevengo

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"Quando ho tanta paura, io canto"

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C.I.P. n. 24 - PSICOLOGIA DELLE EMERGENZE

"QUANDO HO TANTA PAURA, IO CANTO"
Intervento psicosociale per la tragedia familiare di via Carlo Felice, Roma
di Michele Grano* e Francesca Bennati**

*Psicologo dell’educazione e dell’età evolutiva, socio PSIC-AR
** Psicologa relazionale, socia PSIC-AR

Lo scorso 27 ottobre, nel quartiere San Giovanni a Roma, si è consumata una grave tragedia, che ha coinvolto una famiglia di origine marocchina. Una bambina e un bambino (rispettivamente di 3 e 9 anni) sono stati trovati morti, brutalmente uccisi, mentre la terza sorellina (di 5 anni) era in fin di vita. L’ipotesi più accreditata è che la madre, dopo aver colpito il marito all’addome, abbia ucciso i due figli e ferito gravemente la terza, per poi togliersi la vita. La notizia del dramma non è stata molto evidenziata dai media e, inoltre, ancora oggi non c’è luce chiara su quanto accaduto in quella casa.
Di certo, un evento del genere va a sconvolgere in primo luogo la quotidianità delle persone che conoscevano la famiglia, che incontravano tutti i giorni quei bambini, che vivevano nella stessa zona, portando nelle loro vite interrogativi inquietanti, paure, incredulità, rabbia, sensi di colpa.
All’indomani del tragico evento – per il periodo compreso tra il 28 ottobre e il 20 novembre 2014 – come
Psicologi delle Emergenze del Centro Alfredo Rampi, abbiamo realizzato incontri di supporto psicosociale nella scuola "Di Donato" di Roma, frequentata dai tre fratellini vittime della violenza, su attivazione di Save the Children Italia. Il lavoro svolto ha avuto come prima finalità quella di sostenere i compagni di classe dei tre bambini nell’iniziale elaborazione di quanto accaduto, e di fornire a genitori e insegnanti di tutta la scuola l’ascolto necessario per chiarire ciò che agitava anche loro, al fine di cercare strumenti e risorse per avvicinare la sofferenza dei bambini, proteggerli e sostenerli. A questo scopo, abbiamo realizzato incontri in plenaria con gli adulti per cercare di intercettare situazioni di disagio e definire le classi maggiormente colpite dall’evento; successivamente, in accordo con la scuola, abbiamo stabilito di dare priorità alla classe IV (frequentata dal bambino di 9 anni ucciso) e di coinvolgere tutti genitori e i docenti della scuola dell’infanzia e primaria.

"Di fronte alla paura i bambini hanno una grande risorsa: quando si trovano al buio in preda al pianto, si mettono a cantare e tutto passa. Perché il canto caccia la paura e a esso ricorriamo tutti per cacciare la più grande di tutte le paure, che è quella della morte".
Queste parole sono state pronunciate dall’artista Angelo Branduardi, durante un suo concerto al quale abbiamo avuto la fortuna di partecipare alcuni anni fa. E descrivono bene quello che vive C., ragazzina sveglia e curiosa di 10 anni della scuola "Di Donato", che ci ha raccontato che quando ha paura si stende sul suo letto e canta; P., un suo compagno di classe, quando è arrabbiato suona il violino, come gli ha suggerito la mamma… e funziona; quando prova una grande tristezza, E. stringe la sua bambola e cerca di rassicurarla che va tutto bene, così si sente meglio anche lei; in preda a emozioni dolorose o difficili qualcuno ci racconta che dà pugni al cuscino, qualcuno si mangia le unghie o le mani, qualcuno confessa che picchia il malcapitato fratellino…
Quando i bambini vivono emozioni forti e dolorose che rischiano di scombussolare il loro mondo interiore e relazionale, hanno bisogno di avere accanto adulti empatici che li aiutino ad avvicinarle ed esprimerle. Per questo motivo, durante gli incontri con il gruppo della IV – che resteranno per sempre nel nostro cuore per la loro poetica vitalità, emersa anche in un contesto di difficoltà e dolore – abbiamo promosso un clima relazionale di empatia, apertura e immaginazione, lasciando innanzitutto che fossero i ragazzi con i loro tempi e i loro modi a far emergere pensieri ed emozioni, aiutandoli a trovare le risorse personali e di gruppo per poter gestire e superare questo difficile momento.
I nostri incontri, dunque, sono stati mirati alla condivisione e alla chiarificazione emotiva, all’iniziale elaborazione dei vissuti legati al lutto traumatico, per promuovere una progressiva ripresa. Grazie all’utilizzo di attività espressive e di confronto, i bambini si sono aperti e hanno condiviso con noi e con il gruppo ciò che avevano dentro. Bisogna dire che abbiamo incontrato delle maestre molto comprensive e sensibili, vere e proprie figure di riferimento affettuose e responsabili, che già avevano accolto i vissuti dei ragazzi creando nella classe un bel clima affettivo, di rispetto e dialogo, e che si sono messe in gioco in prima persona nell’ascolto e nella condivisione durante le giornate trascorse insieme a noi.
È stato molto utile e liberatorio per i bambini ascoltare cosa provassero e pensassero gli altri (sia i coetanei che gli adulti), ponendo molte domande, meravigliandosi nel trovare concordanze con la loro esperienza o confrontandosi con modalità diverse di esprimere e affrontare le emozioni.
Il linguaggio naturale dei bambini è un linguaggio principalmente emotivo, "fatto di immagini e metafore, come quello delle storie e dei sogni" (Sunderland, 2013). Per questo motivo abbiamo privilegiato tale canale per chiedere un accesso al loro ricco mondo interiore nella maniera più opportuna e delicata: dopo aver creato una clima di fiducia reciproca, abbiamo raccontato loro una storia che parlava di una nuvola che a causa di una tempesta si era smarrita e si ritrovava a dover affrontare mille difficoltà (legate alla perdita dei cari e degli amici, alla confusione di voci e di confini, allo smarrimento, ecc.). Il racconto un po’ buffo e teatralizzato delle vicende della nuvola ha catturato i bambini, che grazie al linguaggio mediato dei simboli hanno potuto avvicinare i loro vissuti legati alla "tempesta" che era realmente intorno a loro, al turbinio di voci che si rincorrevano sull’accaduto nel colorato e multietnico cortile della scuola, alla scomparsa del loro amico… A un certo punto abbiamo interrotto la narrazione, chiedendo ai ragazzi di immaginare un finale. Ognuno di loro ha disegnato o scritto la storia, regalandoci dei capolavori che abbiamo poi conservato in uno "scrigno delle cose preziose" realizzato appositamente per loro.
Come ha affermato Sunderland (ibidem)  "quando si aiuta un bambino a pensare alle sue emozioni attraverso una storia, si riesce a evitare che tali emozioni gonfino dentro di lui fino a trasformarsi in un’assurda e complicata situazione interiore". Alla fine dei nostri incontri, e in particolare dopo la storia e l’invenzione dei diversi finali, abbiamo riscontrato che le tensioni presenti nel gruppo si erano abbassate e si avvertiva un clima più leggero e sereno. I ragazzi e le maestre ci hanno ringraziato a lungo e, come si sa, la riconoscenza vera scalda il cuore ed è un unguento per chi ha scelto per lavoro di occuparsi delle persone che vivono situazioni di crisi e sofferenza acuta.

Per quanto riguarda il lavoro con i genitori e gli insegnanti della scuola, abbiamo realizzato con loro incontri improntati al sostegno e al contenimento emotivo, all’informazione sulla gestione dei bambini a fronte di un evento così grave, al confronto e alla promozione di strategie psico-educative.
Una forte esigenza emersa da parte degli adulti è stata quella di essere aiutati a capire come comportarsi con i loro bambini. Abbiamo parlato con loro affinché riuscissero a trovare le strade, mirate per ogni bambino, per ogni storia familiare, per dare chiarimenti rispetto alle forti emozioni che in quei giorni si agitavano in loro.
Di fronte a un avvenimento così enorme e incomprensibile, i bambini si trovano spesso a fare i conti sia con i propri turbamenti, sia con la difficoltà degli adulti di accogliere le loro emozioni e le loro domande, per cui molte volte vengono lasciati soli a fronteggiare la situazione. Nel caso della morte violenta di un coetaneo, per di più con il sospetto che l’uccisione sia avvenuta per mano della madre, c’è il rischio che l’insicurezza dei bambini si amplifichi ulteriormente e si faccia largo la paura che anche le persone che si prendono cura di loro possano compiere simili gesti.
È stato molto importante lavorare con le mamme ed i papà perché loro stessi riuscissero a conoscere, affrontare ed esprimere le loro emozioni e gestire con maggiore serenità le responsabilità del proprio ruolo genitoriale. Dal nostro punto di vista è stato essenziale dare voce a un "fantasma" che aleggiava durante gli incontri, ma che non veniva mai direttamente esplicitato: la paura presente anche tra gli adulti di poter compiere loro stessi un gesto brutale nei confronti dei loro figli. Il "poterne parlare", sobriamente e insieme profondamente, è servito a esorcizzare tale sentore e a confermare ai genitori il loro valore positivo nei confronti dei loro figli.
Dunque, i piccoli hanno bisogno di essere rassicurati, non tanto sul piano cognitivo, quanto a livello emotivo: è importante dare loro calore e sicurezza, passare maggior tempo con loro, stare in ascolto di quanto comunicano attraverso il gioco, i comportamenti e le parole, cercando di dare spiegazioni chiare, con un linguaggio adatto alla loro età. In questo modo, in presenza di adulti empatici e responsivi, i bambini hanno la possibilità di contattare le loro emozioni più difficili e possono "sentire" concretamente che quanto è successo non accadrà nella loro famiglia. Questa è la strada privilegiata – di certo dura e impegnativa in quanto richiede all’adulto di calarsi nel mondo delle proprie emozioni e fare i conti con i vissuti legati alla morte, alla violenza, all’insensatezza – per donare ai bambini spaventati o traumatizzati una "coperta" morbida e accogliente (per riprendere un’immagine utilizzata da una maestra della Scuola dell’Infanzia durante uno dei nostri incontri) che possa riscaldarli, coccolarli, proteggerli dalle paure e dalle angosce.

Il nostro lavoro di sostegno psicologico, realizzato nell’immediato e rivolto a quante più persone della comunità coinvolta, è stato promosso proprio per accogliere le sofferenze, mettere in contatto i vissuti di piccoli e grandi, favorire il graduale recupero delle risorse
interne e collettive per affrontare un accadimento tanto sconvolgente. Tutti gli incontri sono stati realizzati al fine di attivare, fin da subito, una rete di supporto per gli insegnanti, i bambini e le loro famiglie, anche con la collaborazione dell’ASL RM-A (che, a emergenza conclusa, si è resa disponibile per garantire la continuità dell’intervento).
Un’altra delle dimensioni basilari dell’intervento è stata l’attenzione al variopinto mondo di etnie e culture presenti nella scuola; tale ottica ci ha agevolato ulteriormente nell’accogliere, rispettare e comprendere le differenti modalità di vivere ed esprimere le emozioni legate al dolore e alla perdita.
Come rilevato in altri recenti interventi in situazioni di emergenza (cfr. Grano, Galli, Di Iorio, 2013; Grano, Di Iorio, 2014), anche nei complessi, delicati e profondi incontri alla scuola "Di Donato" abbiamo sperimentato quanto un supporto psicologico tempestivo ed adeguato possa contribuire ad abbassare le tensioni psichiche, consentendo alle persone direttamente o indirettamente coinvolte di non chiudersi nell’isolamento e favorendo l’iniziale elaborazione delle emozioni. Come ha affermato in proposito Lebigot (2000), in un pensiero che sentiamo di condividere pienamente in conclusione di questo breve resoconto: "Una presa in carico precoce, pur se di breve durata, ha notevole efficacia sugli aspetti di vergogna e abbandono. […]  L’intervento permette alla vittima di restaurare il primato della parola sulla assenza del linguaggio: vi è qualcosa da dire su ciò che è accaduto e vi sono interlocutori per ascoltare e comprendere".



Riferimenti bibliografici
Grano M., Galli F., Di Iorio R . (2013),"Mi sembra che la bomba sia scoppiata dentro me". Un intervento psicologico per l’attentato a Brindisi, in "Psicologia Contemporanea", n. 235, pp. 60-65.
Grano M., Di Iorio R . (2014), La natura dell’acqua: al confine tra morte e vita, Psicologia Contemporanea, Giunti, n. 245, pp. 76-80.
Lebigot  F. (2000), La clinica della nevrosi traumatica e i suoi rapporti con l’avvenimento, in: "Revue Francofone du Stress e du Trauma", tome 1, num.1, pp. 21-25; disponibile in italiano sulla rivista online: www.psicotraumatologia.eu/site/2004/06/la-clinica-della-nevrosi-traumatica-e-i-suoi-rapporti-con-lavvenimento/
Sunderland M . (2013), Raccontare storie aiuta i bambini. Facilitare la crescita psicologica con le favole e l’invenzione, Trento, Erickson.



 
 
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